La Toga e la sua storia

La Toga ha un'origine e tradizione antica ma è giunta sino ad oggi nelle aule di giustizia. Ripercorriamone storia e significato.

Nessun'altra professione liberale si presenta al proprio lavoro con un abito che non muta foggia da un secolo e significato da venti. Il medico ha il camice, che è igiene. Il militare ha l'uniforme, che è gerarchia. La toga non protegge e non comanda: serve a far scomparire chi la indossa dietro la funzione che esercita. Vale la pena chiedersi da dove venga e perché, malgrado tutto, sia ancora lì.

Roma: un abito civile, non una divisa

Toga viene da tegere, coprire. Era il drappo di lana che si portava sopra la tunica, avvolto in modo da passare sotto l'ascella destra, lasciando libero il braccio, per annodarsi poi sulla spalla sinistra in ricche pieghe trasversali. Non era una divisa professionale: era l'abito del cittadino romano, e come tale distingueva chi aveva parte alla vita pubblica dalla plebe, che vestiva la sola tunica. Se ne conoscevano varianti: la praetexta orlata di porpora per magistrati e cariche, la virilis che segnava il passaggio all'età adulta, la purpurea riservata al principe.

L'advocatus, dunque, non aveva un abito proprio: portava la toga in quanto cittadino, e la portava con cura, perché il panneggio faceva parte dell'arte oratoria e il braccio destro libero serviva al gesto. Ma è qui che nasce l'idea che ci portiamo dietro da duemila anni: cedant arma togae, le armi cedano il passo alla toga, secondo il verso ciceroniano ripreso nel De officiis. La toga è il segno che la contesa si è spostata dalla forza alla parola. È la prima, e forse l'unica, vera ragione dell'abito forense.

La frattura e la rinascita universitaria

Caduto l'Impero, la toga esce dall'uso comune. Riappare nel Medioevo, ma per un'altra via: quella del clero e delle università. Nello Studium, e a Bologna anzitutto, i doctores legum vestono lunghe cappe di panno, con maniche, colletto e copricapo. L'abito assume una funzione nuova: dice chi sei nella gerarchia del sapere, non nella società civile.

Secondo la ricostruzione corrente nella pubblicistica forense il nero, il taglio cucito, le maniche, la cordoniera e il berretto, cioè tutto ciò che oggi chiamiamo toga, nascono da lì e non dal drappo di Cicerone. Dalla toga romana la veste forense ha ereditato il nome e il significato; dalla cappa universitaria ha preso la forma. Non è un caso che la maschera del dottor Balanzone, il giurista togato e logorroico della commedia dell'arte, sia bolognese.

Il primo obbligo: Napoli, 1573

La toga diventa obbligo, e non più consuetudine, nel momento in cui qualcuno smette di indossarla. Secondo la tradizione riportata dalla pubblicistica forense, il 4 luglio 1573 il viceré di Napoli, il cardinale Antoine Perrenot de Granvelle, emanò una prammatica che constatava come alcuni dottori abbiano lasciato l'abito togato per portare cappe corte, con scapito del rispetto dovuto al loro ufficio, e commina a chi contravviene la sospensione dall'esercizio della professione e la perdita dell'abito indebitamente indossato.

Sarebbe questo il primo atto normativo a fare della toga un dovere. La ragione dichiarata non è l'estetica né la vanità di categoria: è il decoro della funzione, che si degrada quando chi la esercita si confonde con chiunque altro.

L'Italia unita e la foggia del 1926

La disciplina tuttora vigente per gli avvocati sta nel R.D. 26 agosto 1926, n. 1683, regolamento di esecuzione della legge 25 marzo 1926, n. 453: l'art. 104 descrive le divise e ne impone l'uso, l'art. 105 disciplina i tocchi. Per gli avvocati la toga è aperta, con larga mostratura in seta, colletto largo venti centimetri orlato da una fascia di velluto dell'altezza di tre centimetri, maniche orlate da una fascia di velluto di dieci centimetri, cordoni e fiocchi d'argento misto a seta nera, ovvero d'oro misto a seta nera per gli iscritti all'albo speciale di cui all'art. 17 della legge n. 453 del 1926, cioè, in termini attuali, per i cassazionisti.

Il testo originario del 1926 descriveva anche la divisa dei procuratori: toga chiusa e abbottonata sul davanti, colletto largo cinque centimetri con leggera filettatura di velluto, cordoni e fiocchi di seta nera, cravatta di battista bianca con merlettino, tocco di seta privo di distintivi. È da quella contrapposizione che nasce la consuetudine, ancora viva, dell'avvocato che porta la toga aperta. Soppresso l'albo dei procuratori con la legge 24 febbraio 1997, n. 27, quella parte ha perso oggetto: il testo oggi pubblicato dal Consiglio Nazionale Forense riporta le sole divise degli avvocati.

Due aspetti meritano attenzione. Il primo: ogni dettaglio è un segno. Il colore del cordone dichiara l'abilitazione, l'apertura o la chiusura della veste dichiarava il grado. La toga non è mai stata solo un abito: è un documento che si indossa. Il secondo: l'obbligo è espresso e assistito da sanzione. Gli avvocati devono indossare le divise nelle udienze dei tribunali e delle corti, davanti alle magistrature indicate nel capoverso dell'art. 4 della legge richiamata e davanti ai consigli dell'ordine e al Consiglio nazionale forense; contro chi contravviene si procede in via disciplinare.

Va segnalato che una parte della pubblicistica forense àncora il medesimo obbligo a una fonte diversa, l'art. 105, commi 4 e 5, del R.D. 6 gennaio 1927, n. 3. La sovrapposizione di citazioni è frequente: conviene tenerne conto ogni volta che la norma venga richiamata in un atto o in sede disciplinare, verificando il testo sulla fonte ufficiale.

Dello stesso art. 105 fa parte il tocco, oggi pressoché scomparso: quello fregiato per le cerimonie ufficiali e le udienze del massimo organo forense, quello con la semplice fascia di velluto per le altre occasioni. E la cravatta di batista bianca, che nel gergo dei penalisti ha preso il nome, tutto italiano, di pazienza.

Chi poteva indossarla

La storia dell'abito è anche la storia di chi ne è stato escluso. Nell'agosto 1883 il Consiglio dell'Ordine di Torino iscrive Lidia Poët, prima donna in Italia. Il Procuratore Generale del Re impugna; la Corte d'Appello di Torino annulla l'iscrizione l'11 novembre 1883, ritenendo l'avvocatura un pubblico ufficio precluso alle donne, e la Cassazione conferma nel 1884. Poët continua a lavorare nello studio del fratello e rientra nell'albo soltanto nel 1920, a sessantacinque anni, dopo che la legge Sacchi del 1919 aveva aperto alle donne i pubblici uffici.

Quarant'anni per una toga. Conviene ricordarlo ogni volta che se ne discute come di un orpello del passato: per qualcuno indossarla è stata una conquista, non un fastidio.

Perché la si porta

Le ragioni sono quattro, e sono pratiche prima che retoriche.

Uguaglianza. La toga è identica per tutti: cancella il sarto, il reddito, il gusto personale. Calamandrei, nell'Elogio dei giudici scritto da un avvocato, diceva di amarla non per gli ornamenti né per la solennità del gesto che le larghe maniche consentono, ma perché la sua uniformità corregge le intemperanze individuali e riduce chi la indossa a essere, semplicemente, un avvocato, come chi siede al banco è, semplicemente, un giudice.

Parità delle parti. Difesa e pubblica accusa si presentano con lo stesso abito. Davanti al giudice nessuno dei due è vestito meglio dell'altro, e la parità processuale diventa visibile prima ancora di essere argomentata.

Funzione e non persona. Nel processo si dicono, per mestiere, cose dure. L'abito separa il ruolo dall'uomo e fa da schermo: i colpi vanno alla funzione, non a chi la esercita. È la ragione per cui i penalisti sono i più gelosi custodi della toga.

Riconoscibilità e solennità. In aula ciascuno dichiara il proprio ruolo, e chi vi entra capisce di non essere a una riunione, ma in un luogo dove si decide della libertà e dei diritti.

Oggi: obbligo sulla carta, uso ridotto nei fatti

Le norme del 1926 non sono state abrogate e restano formalmente in vigore. La realtà quotidiana è però diversa: la toga si indossa soprattutto in penale, in Cassazione e al Consiglio di Stato, nelle cerimonie e nelle udienze solenni; in civile è quasi sparita, e con essa il tocco e il collare. Il codice deontologico forense non contiene una previsione tipizzata sull'abito d'udienza: il richiamo passa oggi, se del caso, attraverso i doveri generali di dignità e decoro, che la dottrina riconduce al combinato disposto degli artt. 9 e 19 del codice stesso.

Anche la figura del procuratore legale, cui si doveva la toga chiusa e abbottonata, è stata soppressa dalla legge 24 febbraio 1997, n. 27: la distinzione tra veste aperta e veste chiusa è ormai storia, e sopravvive come consuetudine, con l'avvocato che porta la toga aperta. Il processo telematico e le udienze da remoto hanno fatto il resto, riducendo le occasioni stesse in cui ci si presenta fisicamente in aula.

Se la toga sia oggi un simbolo utile o un reperto è questione aperta, e onestamente discutibile. Resta un dato: ogni volta che una società ha voluto dire che una controversia si risolve con la parola e non con la forza, ha messo addosso a qualcuno un abito che non gli appartiene, perché appartiene alla funzione.

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Nota sulle fonti

Normativa: artt. 104 e 105 R.D. 26 agosto 1926, n. 1683, regolamento di esecuzione della legge 25 marzo 1926, n. 453 (artt. 4 e 17), nel testo pubblicato dal Consiglio Nazionale Forense; art. 105, commi 4 e 5, R.D. 6 gennaio 1927, n. 3, richiamato da parte della pubblicistica come fonte dell'obbligo; artt. 9 e 19 del codice deontologico forense; legge 17 luglio 1919, n. 1176 (legge Sacchi); legge 24 febbraio 1997, n. 27.

Fonti storiche: Cicerone, De officiis, I, 77. La prammatica del viceré A. P. de Granvelle (Napoli, 4 luglio 1573) e le date della vicenda di Lidia Poët (iscrizione nell'agosto 1883; App. Torino, 11 novembre 1883; Cassazione, 1884; nuova iscrizione nel 1920) sono riferite da fonti secondarie e non sono state riscontrate su fonte primaria.

Dottrina e contributi: P. Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato; materiali divulgativi del Consiglio Nazionale Forense, de Il Dubbio e delle camere penali sulla simbologia della toga; descrizioni di foggia tratte dalle sartorie forensi specializzate.

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